martedì 19 settembre 2017

WALTER TROUT - WE'RE ALL IN THIS TOGETHER (Mascot/Provogue, 2017)

A volte i miracoli succedono, e chi non ci credere vada a leggersi la storia di Walter Trout. Nel 2014, il leggendario chitarrista del New Jersey (oltre a un’eccellente carriera solista, Trout ha militato nei Canned Heat e negli Heartbreakers di John Mayall), era a due passi dalla morte. Chiuso in una stanza d’ospedale, a causa di una devastante cirrosi epatica, Walter attendeva un trapianto di fegato che non arrivava. Un’operazione costosissima, che potè affrontare solo con il contributo dei suoi fans, grazie a un progetto di crowfunding, con cui i suoi estimatori riuscirono a raccogliere i fondi per sostenere le spese sanitarie. La lenta guarigione e il tormento della malattia furono raccontate in Battle Scars, album del 2015, vincitore di due Blues Music Awards, che rielaborava il dolore ed esorcizzava la paura della morte. Il successivo Live In Amsterdam, pubblicato lo scorso anno, certificava il ritorno sulle scene e il ritorno alla vita, confermando uno stato di forma stupefacente per chi solo qualche tempo prima si era trovato a giocare a scacchi la sua partita con la morte. Questo nuovo We’re All In This Together rappresenta un ulteriore passo avanti, il lieto fine di una favola che assume i connotati di un inno alla gioia di vivere: una grande festa organizzata da Trout, invitando tutti i migliori chitarristi in circolazione (e non solo), per celebrare il potere salvifico della musica. Trout è in forma smagliante e se la gioca ad armi pari con tutti i suoi ospiti, dando vita a una pioggia torrenziale di rock blues ad altissimo tasso energetico. Si parte con lo shuffle cadenzato di Gonna Hurt Like Hell, con Kenny Wayne Sheperd a fare da sparring partner in un duetto di adrenalina pura. Ain’t Goin’ Back è un altro gioiellino dagli accenti sudisti, in cui Walter dardeggia note con il mago della slide, Sonny Landreth, in quattro minuti e mezzo di tecnica e sudore. In The Other Side Of The Pillow, classicissimo blues chicagoano, arriva Charlie Musselwithe, leggendario armonicista e primo ospite senza la sei corde a tracolla. Tutto talmente bello che potrebbe bastare così. E invece, il meglio deve ancora arrivare. She Listens To The Blackbird Sing, in compagnia di Mike Zito, è uno straordinario brano southern, che suona come un outtakes da Brothers And Sisters degli Allman Brothers Band; The Sky Is Crying, ever green già rimasticato da Stevie Ray Vaughn e Gary Moore, è qui riproposto con Warren Haynes, in un alchimia di chitarre e voci di un’intensità che lascia basiti; She Steals My Heart Away mischia leggermente le carte con uno splendido ballatone soul, corroborato dal sax di Edgard Winter (fratello del più celebre e compianto Johnny). La title track, un torrido slow blues, in cui Walter Trout e Joe Bonamassa fanno a gara a chi ce l'ha più lungo (l'assolo), chiude una scaletta di settanta minuti di musica appassionata, con il grande chitarrista del New Jersey a celebrare un’inaspettata seconda giovinezza. Disco pressoché perfetto e un vero e proprio istant classic per tutti coloro che amano la chitarra elettrica.





Blackswan, martedì 19/09/2017

lunedì 18 settembre 2017

PREVIEW







Il quartetto rock londinese di Wolf Alice ha realizzato il video di Beautifully Unconventional, primo singolo estratto dal loro sophomore album Visions of Life, in uscita il 29 settembre via Dirty Hit/RCA Records. La band è pronta a scalare nuovamente le charts britanniche come era successo, nel 2015, con il loro precedente My Love Is Cool, arrivato fino alla seconda piazza della classifica. Il video, diretto da Stephen Agnew, vede la cantante Ellie Rowsell nei panni glamour di una Marilyn Monroe 2.0. La canzone? Irresistibile.





Blackswan, lunedì 18/09/2017

domenica 17 settembre 2017

GEORGE THOROGOOD - PART OF ONE (Rounder Records, 2017)

Party Of One è un disco così scarno ed essenziale che questa recensione potrebbe finire qui. George Thorogood ha, infatti, messo in naftalina i suoi Destroyers, il suo sferragliante boogie, la sezione ritmica e il sax, quella visione un po' manichea di un rock blues muscolare e tagliato con l’accetta, e si è chiuso in studio, da solo con le sue chitarre, elettrica e resofonica. Una dimensione inusuale e sorprendente per il songwriter di Willmington, che giunto in prossimità dei settant’anni, ha voluto misurarsi con le radici del blues, con quella musica che fin dal lontano 1977, anno del suo esordio certificato disco d’oro, ha costituito l’humus di un suono divenuto ormai iconico. Il risultato è un disco scabro e icastico, in cui vengono riletti con devozione filologica grandi canzoni del passato. Quella macchina da guerra che è la chitarra di Thorogood, dopo aver macinato migliaia di chilometri ad alta velocità, si è fermata per fare il punto della situazione: tributare un omaggio ai padri del genere, dimostrando di avere raggiunto ormai l’autorevolezza per farlo in solitaria. Insomma: un grande che rilegge i grandi. Senza fronzoli o alchimie in fase di produzione, voce, chitarra e armonica, il suono e la passione a fare la differenza, a trasformare in oro una materia che in mano ad altri sarebbe stata pesante come il piombo. In scaletta, in filotto di classici, alcuni notissimi, altri un po' meno, tutti, però, reinterpretati in modo viscerale, col cuore in mano. A partire da I’m Steady Rollin’ Man, presa dal repertorio di Robert Johnson, che apre il disco con un ringhio elettrico degno del miglior Thorogood o da Wang Dang Doodie, super classico a firma Willie Dixon, la cui rilettura, per chitarra acustica e armonica, non sfigura rispetto alla leggendaria versione che ne fece Howlin’ Wolf. Sono, però, davvero tanti gli high lights di Party Of One: così è impossibile non emozionarsi innanzi a Bad News di Johnny Cash, in cui l’immedesimazione fra il chitarrista e “the man in black” è pressoché totale o a Down The Highway, tratta da Freewheelin’ di Bob Dylan, diretta e polverosa come l’originale. A chiusura il disco, poi, non poteva mancare la rilettura unplugged di One Bourbon, One Scotch, One Beer, capolavoro senza tempo di John Lee Hooker, e da sempre cavallo di battaglia di tutti i live di Thorogood. Una chiosa ovvia, ma indispensabile, per un disco di blues essenziale e crudo, autentica gioia per le orecchie di tanti appassionati e, soprattutto, di quei puristi che la musica del diavolo la intendono esattamente così: nuda come il Mississippi l’ha fatta.





Blackswan, domenica 17/09/2017

sabato 16 settembre 2017

CANZONI




Terza collaborazione tra Mavis Staples e Jeff Tweedy, i due annunciano l’uscita di If All I Was Was Black per il prossimo 17 novembre sotto l’egida della Anti- Records. I dieci pezzi, tutti composti da Tweedy, hanno come tema conduttore le disparità razziali tutt’ora esistenti nell’America contemporanea. “Niente è cambiato, ci siamo ancora dentro.” Ha commentato la Staples a proposito dei fatti di Charlottesville quando, nello scorso mese di agosto, morì una ragazza che contestava un corteo neo-nazista. Nel disco anche le memorie dei primi anni di carriera della cantante afroamericana insieme ai leggendari Staple Singers. Nell’attesa godiamoci la title track, il primo singolo estratto.





Porter Stout, sabato 16/09/2017

venerdì 15 settembre 2017

INSTITUTE - SUBORDINATION (Sacred Bones, 2017)

Con la complicità della Sacred Bones e del produttore Ben Greenberg tornano alla ribalta gli Institute (da non confondere con l’omonimo gruppo di Gavin Rossdale), band di Austin tra le più interessanti dell’odierna scena Hardcore/Punk americana. Subordination segna il secondo capitolo della loro discografia inaugurata da Salt, l’Ep che anticipò di qualche mese lo splendido esordio del 2015, Catharsis. Guidati dal cantante/chitarrista Moses Brown con Arak Avakian alla seconda chitarra, Adam Cahoon al basso e Barry Elkanick alle percussioni (tutti con passate esperienze in piccole band locali), gli Institute si confermano degni eredi della tradizione Punk/Rock texana allestendo un’agile scaletta (9 brani per 26 minuti di durata totale) di rara potenza e violenza esecutiva. Rispetto a Catharsis, Subordination si muove su un terreno più vasto, con diversi arricchimenti stilistici che vanno dal Glam all’Hard senza per questo pregiudicare l’attitudine essenzialmente Anarcho/Punk dei primi lavori che qui si concretizza soprattutto nei testi: “Questa è la giusta colonna sonora per i tempi in cui viviamo”. In una recente intervista Brown ha inoltre osservato: “Il governo, la polizia, il machismo imperante, hanno costruito un sistema che consente il controllo sulle persone oramai addomesticate e incapaci di ribellarsi”.
Tornando al sound di Subordination, i brani si succedono alla velocità della luce caratterizzati dalla voce scartavetrata e carismatica di Brown contornata dalle due affilatissime chitarre e da una sezione ritmica precisa ed inesorabile che impone i tempi. L’affiatamento e la tecnica strumentale non difettano come dimostrano subito in apertura con un trittico pazzesco - Exhibitionism, Only Child, Prissy Things - che colpisce ed impressiona per il wattaggio sprigionato e la perizia che la band profonde su corde e pelli, tra dissertazioni Post Rock e dissonanze Noise. I quattro aggrediscono l’uditorio quasi fossimo in pieni anni ’80: continuo il ricorso a forme di Rock selvaggio e primitivo che anche in Texas vide la luce con l’affermarsi di band come Dicks e Butthole Surfers. Eccellente il resto del programma in cui spiccano pezzi di grande impatto come l’acida e penetrante All This Pride (con un numero da paura del batterista Barry Elkanick), la marziale e stortissima Oil Money, Too Dumb, P’n’R diretto allo stomaco come un pugno ben assestato, e l’arrembante progressione ritmica di Powerstation che chiude la scaletta. Non perdetevi dunque gli Institute, soprattutto questo magnifico album, chiamata alle armi per chi ha ancora voglia di ribellarsi allo status quo e tassello fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’Hardcore/Punk nell’ultimo lustro.

VOTO: 8 





Porter Stout, venerdì 15/09/2017

giovedì 14 settembre 2017

THE DREAM SYNDICATE - HOW DID I FIND MYSELF HERE? (Anti, 2017)


Cominciano a essere numerosi i gruppi che hanno deciso di tornare sulle scene in questo 2017 dopo assenze decennali, tra i comeback più fragorosi:  Jesus & Mary Chain, Boss Hog e Slowdive. Di questi giorni la notizia di un nuovo album anche per i Flamin’ Groovies dopo Rock Juice del 1992. E’ in questo contesto, tra l’eccitante e il nostalgico, che i Dream Syndicate rinnovano la loro discografia con How Did I Find Myself Here?, sesto album in studio a quasi trent’anni di distanza da Ghost Stories. Non è un fulmine a ciel sereno, da tempo si vociferava di un nuovo disco, almeno dal 2012, quando Steve Wynn rimise insieme la band per una serie di live show con il bassista Mark Walton, il batterista Dennis Duck e, alla seconda chitarra, Jason Victor, da sempre al suo fianco nei Miracle 3. L’annuncio ufficiale comunque solo a fine 2016 mentre la band dava il via alle registrazioni delle otto canzoni in scaletta nei Montrose Studios di Richmond sotto la supervisione dell’ex Green On Red e amico di lunga data Chris Cacavas.
Inutile dilungarci su cosa abbiano rappresentato i Dream Syndicate per il Rock degli anni ’80, basterà dire che sono stati uno dei gruppi di punta del movimento Paisley Underground e che avrebbero meritato ben altre fortune in termini di popolarità, le stesse dei R.E.M. per esempio, con cui condivisero i palcoscenici ad inizio carriera e, soprattutto, il tentativo di riportare in luce gli stili musicali dell’epoca aurea del Rock americano, dalla Psichedelia westcostiana alle derive Arty che contraddistinsero New York nella seconda metà degli anni ’70. Per chi ha amato intensamente la band californiana, l'approccio con How Did I Find Myself Here? non è così automatico, troppe le canzoni del passato impresse nella memoria, troppe le emozioni che queste suscitavano quando la puntina del giradischi affondava tra i solchi dei loro 33 giri. Pezzi indimenticabili che immancabilmente finivano nelle nostre cassettine preferite con le foto di Steve Wynn, Karl Precoda e Kendra Smith ritagliate dalle riviste e subito dopo incollate sul cartoncino delle BASF. Dopo i Dream Syndicate si metteva su un pezzo dei Thin White Rope oppure dei Long Ryders e ti sembrava di aver contribuito alla bellezza del mondo: Tell Me When It's Over, When You Smile, The Medicine Show, sono solo alcuni dei gioielli che Wynn e compagni ci hanno regalato fin dagli esordi di The Days Of Wine And Roses, l’album che diede l’avvio alla breve quanto intensa stagione del Paisley Underground.
How Did I Find Myself Here? si apre con il fascino sotterraneo di Filter Me Through You, ballata malinconica pervasa dal continuo dialogo tra le due chitarre e ricca di allusioni byrdsiane. Subito dopo parte un fantastico trittico carico di energia ed elettricità che s’inaugura con l’accattivante melodia di Glide a cui seguono l’incalzante Post Punk Out Of My Head e la straripante 80 West: chitarre al fulmicotone, sezione ritmica martellante, Steve che aggredisce il microfono con la veemenza del rocker di razza. Like Mary invece, porta in dono trepidazioni di sapore antico, tra slide e sussurri, la bonaccia che preannuncia la tempesta rappresentata da The Circle, il pezzo più trascinante del disco, cadenzato, potente, a presa immediata, destinato a far sfracelli nella dimensione live. Chiudono il programma le atmosfere avvolgenti della lunga title track (il singolo che già si conosceva) e Kendra's Dream, vero e proprio tributo alla musa degli esordi, Kendra Smith. Qui le sonorità sono rilassate, le corde più gentili, come d’abitudine in tutti i dischi dei Dream Syndicate. Non rimane quindi che consigliare vivamente l’ascolto di How Did I Find Myself Here?, splendido ritorno sulle scene di una grande band inossidabile all’usura del tempo.

VOTO: 8




Porter Stout, giovedì 14/09/2017

mercoledì 13 settembre 2017

GREGG ALLMAN - SOUTHERN BLOOD (Rounder Records/Universal, 2017)


Il rischio della recensione agiografica era dietro l’angolo. L’indubbia grandezza del personaggio, uno che ha tracciato le coordinate dei southern rock, inventando un suono, e il fatto che fosse morto a maggio di quest’anno suggerivano un articolo celebrativo a prescindere dal contenuto di Southern Blood, album postumo, in uscita nei negozi in questi giorni. Invece, è bastato un solo ascolto del disco, per capire che, si, la recensione sarebbe stata esaltante, ma, anche, che ogni parola contenuta nell’articolo sarebbe stata vera. Non solo per la statura dell’artista o perché ci ha lasciati da poco, ma perché Southern Blood è incredibilmente bello. Anzi, probabilmente il disco più bello dell’intera carriera solista di Gregg Allman. Inciso a marzo 2016, nei mitici Fame Studios a Muscle Shoals, in Alabama, l’album è stato prodotto da Don Was (Rolling Stones, Van Morrison, Lucinda Williams, etc) e ha visto il contributo in sala di registrazione del chitarrista Scott Sharrard (già nei The Chesterfields) e dell’intera sezione fiati che aveva già suonato nel live Back To Macon. Nonostante la debilitazione fisica di Gregg, già da tempo malato e ormai prossimo alla morte, Southern Blood non sembra risentirne: non si tratta, dunque, di un canto del cigno triste solitario y final, ma di un brillante tassello conclusivo di una carriera straordinaria. Certo, il disco è attraversato da quel senso di nostalgia che sempre anticipa una perdita, ma nonostante il mood talvolta meditabondo, Southern Blood non perde un briciolo della sua energia, acquistando semmai ulteriore fascino. In scaletta un solo brano originale (il singolo My Only True Friend) e nove cover scelte con intelligenza fra la musica che da sempre appassionava Gregg. Ne risulta un disco che, pur carico degli afrori sudisti di cui sono impregnati gli studi Fame, riesce a essere estremamente vario nella proposta, mostrandoci un musicista che, a dispetto del precario stato di salute, ha ancora tanta voglia di stupire. Non si spiegherebbe, ad esempio, la scelta anomala di Once I Was di Tim Buckley, ballata da Goodbye And Hello del 1967, qui riletta con un arrangiamento che sposta leggermente gli accenti e che la rende ancor più bella dell’originale. Così come risulta strano, ma azzeccatissimo, il recupero di Going Going Home di Dylan, traccia minore da Planet Waves, resa struggente da un’interpretazione vocale di Gregg col cuore in mano e da una scintillante tessitura soul di fiati e steel guitar. Il disco, fin qui bellissimo, non cede, però, un briciolo della sua bellezza alla tentazione del riempitivo. Black Muddy River dei Grateful Dead (da In The Dark) consegna ai posteri un altro pezzo di storia: una canzone già di suo stratosferica trova nuova linfa vitale nel sangue sudista di Gregg; così come I Love The Live I Live, scritta da Willie Dixon e resa celebre da Muddy Water, sposta il baricentro dell’album verso un ruvido swamp blues, col quale la voce nerissima di Allman va a nozze. Le sorprese, però, non finiscono: Willin’, scritta da Lowell George e presa dal primo album dei Little Feat, è carica di epicità e nostalgia, mentre Blind Bats e Swamp Rats di Johnny Jenkins suona come un torbido voodoo blues tutto fiati e sudore. Out Of Left Field, dal repertorio di Percy Sledge è Muscle Shoals in purezza, mentre Love Like Kerosene, a firma del chitarrista Scott Sharrard, eccita gli animi con un rock blues in salsa swamp, che richiama inevitabilmente alla memoria i Creedence Clearwater Revival. Chiude la struggente Song For Adam, scritta da Jackson Browne (presente anche come ospite), e brano che Gregg ha sempre accostato alla figura del fratello Duane immortalato nel verso “Still it seems he stopped singing in the middle of his song”. Sono lacrime di commozione. Resta un ulteriore appunto da fare: la già citata iniziale My Only True Friend, scritta per l’occasione dallo stesso Allman, è talmente bella da colmare il nostro rimpianto di profonda tristezza: chissà quali altre grandi canzoni Gregg ci avrebbe potuto regalare, se il destino crudele non si fosse accanito con cieca stupidità. E qui, chiudo, per evitare di sbracare nel retorico.

VOTO: 8





Blackswan, mercoledì 03/09/2017

martedì 12 settembre 2017

GOGOL BORDELLO - SEEKERS AND FINDERS (Cooking Vinyl, 2017)

Avevamo lasciato i Gogol Bordello nel 2013, anno di uscita di Pura Vida Conspirancy, un pastrocchio in salsa sudamericana che, per quanto riguarda chi scrive, ha rappresentato il punto più basso della loro carriera. Tanto che, prima di iniziare l’ascolto di questo nuovo album in studio, il settimo per la precisione, ho dovuto vincere parecchie remore e fare tutte le scaramanzie di rito. Eugene Hutz, però, è quel che si dice un cane sciolto e non sai mai davvero che cosa aspettarsi da ogni uscita discografica della sua band. Messo sul piatto, infatti, Seekers and Finders è molto meno peggio di quanto mi aspettassi. Non che fosse particolarmente difficile fare un disco che suonasse più dignitoso del suo predecessore; tuttavia, in scaletta, c’è anche qualche canzone discreta, di quelle che fanno tornare in mente i momenti di maggior gloria dei Gogol Bordello. I tempi di Gypsy Punk: Underdog World Strike (2005) sembrano, però, essere stati quasi completamente archiviati. Quella adrenalinica patchanka, discarica abusiva di scorie punk, eccitazione alcolica e tzigana da finale di matrimonio e verace folk rock metropolitano, si è un po’ acquietata, cedendo il passo ad arrangiamenti piacioni e a una normalizzazione delle melodie, che ora strizzano l’occhio a un pubblico decisamente più eterogeneo e dalle orecchie più dolci. Insomma, qualcuno ha allungato la vodka con la coca cola e il ghiaccio, e i tempi di Santa Marinella, con quella bestemmia in italiano che suggeriva una sfrontata ribellione usque ad finem, si stanno manuchaoizzando in modo irreversibile. In Seekers And Finders, tuttavia, Eugene Hutz tiene ancora botta, rispolverando in qualche episodio (Did It All, Saboteur Blues, Love Gangster) il repertorio dei giorni migliori  e tentando anche qualche piccolo scarto rispetto alla consueta (e consunta) formula (If I Ever Get Home Before Dark). Per il resto, prevalgono brani più melodici, alcuni riusciti (la title track in duetto con Regina Spektor) altri molto meno (la terribile Familia Bonfireball), e ballate caciarone e alcoliche come la conclusiva, e inutile, Still That Way. Un disco, dunque, che pur rimettendo in carreggiata quella macchina da guerra chiamata Gogol Bordello, manca del carburante nobile necessario a scatenare l’inferno come succedeva un decennio fa. Un sei nostalgico o poco più.

VOTO: 6





Blackswan, martedì 12/09/2017

lunedì 11 settembre 2017

THE AMAZONS - THE AMAZONS (Fiction Records, 2017)



C’era un tempo in cui camerette e garage erano la palestra formativa di tutti coloro che volevano esercitarsi per diventare delle rockstar. La meglio gioventù rockettara se ne stava chiusa lì a strimpellare, a modellare un suono, a sudare sugli strumenti per vedere di riuscire a grattar via un po' di quella polvere di stelle, che significava un contratto discografico, fama, denaro e, soprattutto, la possibilità di realizzare i propri sogni. Le speranze di emergere e di farsi notare erano ridotte all’osso, e solitamente si concretizzavano in serate mal pagate in localini malfamati e nel passaparola di quanti avevano assistito ai live. Oggi, il mondo è cambiato, in meglio o in peggio non sta a noi dirlo, e il garage delle nuove generazioni si chiama Youtube. La tecnologia ha sostituito l’artigianato: un video carino, mezza canzone azzeccata, un po' di hype e il gioco è fatto. Visualizzazioni, like e condivisioni sono tutto ciò che è necessario per sfondare, con buona pace dei vicini di casa che non si incazzano più per il volume troppo alto delle chitarre e di quei giovani che un tempo si facevano venire le vesciche alle mani, per riuscire a suonare alla perfezione un giro di do. Così, ci sono gruppi (gli antesignani furono gli Arctic Monkeys) che non hanno bisogno nemmeno di registrare un disco, per sfondare: bastano un paio di video ben cliccati e il risultato sperato è raggiunto. Questa è più o meno la gavetta degli Amazons, che si sono formati a Reading, Berkshire, nel 2014, e che in tre anni si sono fatti notare solo a colpi di singoli e di video, tanto che sia la BBC che MTV da tempo ne parlano come della new sensation del 2017. Di questo disco, il primo sulla lunga distanza, si sapeva già tutto prima della sua uscita, perché in realtà non è altro che una raccolta dei singoli già pubblicati nel corso della breve carriera della band. Messo nel lettore, il cd suona, quindi, come una sorta di best of di canoni che avevamo già orecchiato in precedenza. La produzione di Catherine Marks (già alle prese con Killers, Foals e Local Natives) riesce a dare omogeneità all’assemblaggio e questa è una delle note positive di un disco che, però, si perde nella terra di mezzo popolata da quella musica che, per quanto carica di hype, finisce per essere sostanzialmente inutile. Gli Amazons sfoderano, infatti, un repertorio di brani power pop, gonfi di riff rumorosi ma innocui, e di tastieroni un po' retrò che saturano il suono: una via di mezzo fra i Killers e i Royal Blood, in cui i primi fanno la parte del leone.  Non lasciatevi, quindi, ingannare dalle fiamme in copertina. L’incendio evoca una molotov, ma è solo uno specchietto per le allodole per coloro che hanno comprato il disco senza prima sapere chi fossero gli Amazons e ora si ritrovano con il cerino in mano. Spento, per giunta. Canzoni da stadio, ritornelli da cantare tutti insieme a squarciagola, ma niente pogo, che ci si può far male: meglio qualche azzeccata melodia dal sapore post adolescenziale per mettere d’accordo tutti, i finti cattivi e i fighetti da sushi bar. Il disco, badate bene, non è pessimo e ascoltato a un volume importante possiede una discreta resa. Il gioco, però, finisce dopo un paio di ascolti, quando anche un sordo capirebbe che per fare le cose per bene gli Amazons dovrebbero rotolarsi in un po' di sana sporcizia. E passare un po' più di tempo in garage.

VOTO: 5,5





Blackswan, lunedì 11/09/2017