sabato 10 dicembre 2016

THE ROLLING STONES – BLUE & LONESOME (Polydor, 2016)



Dal blues al blues, passando attraverso la leggenda L’ultimo, probabile, capitolo della vita artistica degli Stones è un ritorno alle origini, a quei primi anni ’60, quando Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones, nemmeno ventenni, se la godevano a Chelsea, tra sbronze, parties e ascolti decisivi, senza nemmeno immaginare cosa sarebbe stato il futuro. Il cerchio si chiude, non solo perché gli Stones tornano là dove tutto ebbe inizio; Blue & Lonesome è anche una sorta di restitutio ad integrum, un ritorno alla madre terra, come se, dopo cinquant’anni di gloria avessero bisogno di ricondurre il rock che li ha resi leggenda nell’alveo blues che lo generò e che ne è il legittimo proprietario. Una cerimonia che li vede per l’ultima volta protagonisti, il cui climax, reso ancora più enfatico dai gesti rituali di una chitarra slide e di un’armonica, è la riconsegna di un suono a coloro che ne sono stati i padri putativi. Un suono che il tempo non ha sbiadito né annacquato, ma che è stato invece metabolizzato al punto che, se non ci fosse una linea di sangue ben precisa a marcare la discendenza, ora si potrebbe trattare gli Stones alla stregua di padri costituenti. Perché questo suono, che arriva da lontano e che aveva le sue radici a Chicago o nel profondo Sud, oggi ha trovato la sua immanenza in Blue & Lonesome: è ora, è per sempre, è qui per restare, come pietra miliare per tutte quelle future generazioni che cercheranno ispirazione per dare un futuro alle dodici battute. Le pietre hanno smesso di rotolare e si sono fermate, ergendo un monumento al genere: non un mausoleo di sepoltura, ma una Mecca verso cui girare lo sguardo, per riscoprire spiritualità, passione e radici. La band che tutti, anche il fans più viscerale, davano bollita da tempo e tenuta in piedi solo dal rituale magniloquente di concerti che, in limine vitae, apparivano tutti imperdibili, torna con un canto del cigno che avrebbe fatto invidia a Checov: gli Stones nel ruolo che fu di Svetlovidov, Willie Dixon, Howlin’ Wolf, Little Walter, Otis Rush e Magic Sam a recitare la parte che fu di Nikita Ivanyč. Non c’è però nostalgia né rimpianto: ci sono quattro “ragazzi” che non subiscono le angherie del tempo che passa, ma lo dominano, facendo dell’esperienza virtù e di un’antica passione energia vitale. Basta ascoltare una volta sola Blue & Lonesome per rendersi conto di cosa sta andando in scena: l’interplay fra le chitarre di Keith Richards e Ron Wood, i cui graffi lasciano cicatrici indelebili, la voce potente di Jagger e la sua armonica bollente e insaziabile, le rullate simbolo di un ineffabile Charlie Watts, il cameo di Sua Maestà Eric Clapton, che in Everybody Knows About My Good Thing viene a rendere omaggio agli dei e a certificare più di cinquant’anni di storia. E’ il passato che diventa presente, e che delinea coordinate precise per il futuro. Godetevi, allora, senza pregiudizi, queste dodici cover che arrivano direttamente da quel periodo lontano in cui Jagger e Richards erano solo dei ragazzi affamati di vita e ancora non sapevano che a quei dischi, ascoltati durante i pomeriggi oziosi nel loro appartamento di Chelsea, avrebbero dovuto tutto. Oggi, possiamo dire che queste canzoni sono diventate, a buon diritto, canzoni degli Stones. Non è solo una questione di usucapione, per quanto legittima, ma è un vincolo che ha a che vedere col sangue. Blue & Lonesome, dunque, è un disco straordinariamente bello, perché inaspettato e definitivo. E’ il blues che ritorna al blues, attraverso la leggenda. Attraverso il sangue. E’ la fine di un’epoca e un nuovo inizio. 

VOTO: 9 






Blackswan, sabato 10/11/2016

venerdì 9 dicembre 2016

MIKE DOUGHTY – THE HEART WATCHES WHILE THE BRAIN BURNS (Snack Bar, 2016)



Quando si lascia una traccia indelebile nella storia del Rock con un opera importante come Ruby Vroom, capolavoro dei Soul Coughing del 1994 e di tutto il Post/Rock americano, non è facile dar seguito a una carriera in cui ogni volta si vorrebbe ripetere la stessa favola. Se poi quella band implode qualche anno dopo, tra litigi per le royalties ed una evidente crisi creativa, il rischio di vivere nel ricordo di una memorabile quanto breve stagione può diventare una pericolosissima abitudine. Mike Doughty c’è cascato con tutte le scarpe alla maniera, già vista centinaia di volte, delle rockstar in caduta libera: alcol ed eroina. Un brutto film che andò di pari passo alle pessime recensioni che accolsero gli ultimi lavori della band newyorchese. Nel 2000, dopo essersi dato una bella ripulita, Doughty è tornato con Skittish il primo album solistico. Da allora in poi ha onorato la second chance che gli è capitata in sorte, mettendone a segno un’altra decina, tutti contrassegnati da una voce profonda e comunicativa e dal sound riconoscibilissimo fin dagli esordi con i Soul Coughing. Quel Pop sbilenco, con forti attitudini allo spoken word, contaminato da tutto un po’: Electro Funk, Swing e Folk. The Heart Watches While The Brain Burns prosegue nel rispetto di questa tradizione, stavolta fa capolino anche il Reggae (Sad Girl Walking in the Rain), e se dovessimo trovare una connessione più stretta nella produzione recente viene in mente il fascinoso e riuscitissimo Yes and Also Yes del 2011. 





Per Doughty è una prima volta fuori dalla sua New York, l’album infatti è stato realizzato a Memphis, dove si è trasferito recentemente, e i 12 brani che ne compongono la scaletta sono stati ispirati da una relazione amorosa finita male. Comunque sia, e andando al sodo, le sensazioni che questo nuovo lavoro dispensa ai primi ascolti sono lontane dal suscitare entusiasmo. Con Mike Doughty d’altronde funziona così da una vita, si storce il naso e intanto si continua a tenere il disco sullo stereo in attesa che il miracolo avvenga. Cosa che puntualmente accade anche a questo giro, la spasmodica ricerca del ritornello, che di primo acchito irrita e non poco, alla lunga fa’ il suo effetto senza curarsi del malcapitato che rimarrà incastrato tra i suoi ricercatissimi marchingegni compositivi. Vedi le splendide: I Can't Believe I Found You in That Town, Dawn/Gone e Give Me Something, brani che s’insinuano nel cervello e non si ascolta altro per giorni interi.

VOTO: 7,5





Porter Stout, venerdì 09/12/2016