venerdì 26 agosto 2016

CURTIS SALGADO - THE BEAUTIFUL LOWDOWN



Con la vita che ha avuto, Curtis Salgado è uno di quei personaggi che fanno la fortuna di chi scrive di musica. Letteratura allo stato puro, di lui e delle sue vicende potresti scriverci dieci pagine e essere ancora all'introduzione. Non è questa la sede adatta, ovviamente, ma due notiziole concise, tanto per capire, bisogna darle. A partire dal curriculum musicale, lungo come la fedina penale di Ted Bundy a fine carriera. Serial killer del blues, Curtis ha iniziato come leader dei Nightwalks e ha poi cantato e suonato l'armonica alla corte di Robert Cray. Credenziali pazzesche per chiunque, per lui solo l'inizio di un'avventura che lo porta un paio d'anni più tardi a suonare con l'ensemble bianca dei Roomfull Of Blues. Stufo, se ne torna a casina, in Oregon, dove mette in piedi una sua band, Curtis Salgado & The Stilettos. Gira e suona un pò ovunque, aprendo i concerti di Steve Miller, di cui diventa amico e con il quale in seguito farà una comparsata al Late Night With Conan O'Brien, e prestando i propri servigi anche a Santana. Poi, conosce John Belushi, quando questi si trova in Oregon a girare Animal House. Altro colpo di fulmine, e di importanza vitale: John creerà i Blues Brothers proprio ispirato da Salgado, a cui dedicherà il primo lp della band e sulla cui figura modellerà il personaggio di Curtis, interpretato da Cab Calloway nel celebre film. Poi la botta che abbatterebbe un toro: nel 2005 gli viene diagnosticato un tumore al fegato, prognosi infausta se non si procede a un trapianto. I soldi per le cure li raccolgono gli amici di sempre tenendo concerti per beneficienza. Si salva. Poi, nuova randellata e nuovo tumore. Ai polmoni, questa volta. Ma Salgado la sfanga di nuovo e torna a lottare insieme a noi. Si può parlare male di un disco che porta la firma di un soggetto così? Giammai lo faremmo, anche se fosse brutto. Ma The Beautiful Lowdown è un signor disco di ispirato e potente r'nb', in cui Salgado tira fuori il meglio del proprio guardaroba: scrittura classica, classe da vendere, voce profonda e nera. Il retroterra è quella che ha ispirato Belushi e i Blues Brothers, spolverate d'hammond e scintillio d'ottoni sono il vestito della festa, gli stuzzichini del buffet sembrano fatti a mano da Otis Redding (Hard To Feel The Same About Love, Low Down Dirty Shame), BB King (I'm Not Made That Way) e Robert Cray (Walk A Mile In My Blues). Ci sono anche un paio di imbucati, che alla fine si fanno voler bene: il reggae di Simple Enough e il funky godurioso di My Girlfriend. Altro? Si, un duetto spettacolo con Daniel Schenebelen, che si sposa alla torta panna e cioccolato come la classica ciliegia. Irresistibile.

VOTO: 7,5





Blackswan, venerdì 26/08/2016

giovedì 25 agosto 2016

THE AMAZING - AMBULANCE



Chitarrista, art director, ingegnere del suono, Reine Fiske è uno di quegli artisti a tutto tondo, divorati da un'irrefrenabile creatività. Quarantaquattro anni, sulle scene ormai da più di un ventennio, il musicista originario di Saltsjo-Boo è da anni il prezzemolo che insaporisce la scena (prog) rock svedese. La collaborazione più nota è senz'altro quella con i Motorpsycho, il progetto più stabile è quello con i Dungen, ma ha collaborato anche con Anna Jarvinen, negli anni '90 ha fondato i Lanberk e i Paatoos, e ha militato nei Morte Macabre e negli Elephant9. Questo per raccontare solo alcune delle esperienze vissute da Fiske. La sua più riuscita, probabilmente, sono però i The Amazing, che arrivano oggi al loro quarto album in studio (quinto, se si considera un Ep pubblicato nel 2010). Ambulance, un titolo e un programma, porta a compimento il percorso intrapreso dalla band a partire dal 2009 e risulta, fuori di dubbio, il miglior disco degli Amazing (e probabilmente uno dei migliori dell'intera produzione di Fiske). Il folk rock ombroso e nostalgico dei dischi precedenti si è trasformato, ha raggiunto una maturità e una coerenza espressiva che prima solo si intravvedeva. Ambulance è un disco che si muove nell'alveo di un fiume di languori malinconici, che convoglia tristezze, soundscapes in chiaro-scuro, esitanti contemplazioni, solitudini e rimpianti. L'andamento prevalentemente narcotizzante e confidenziale richiama, di certo, Mark Kozelek e i suoi Red House Painters, ma i riferimenti che giungono alle nostre orecchie sono molteplici: impossibile, infatti, non individuare sottotraccia una sottile linea "gotica" che riconduce ai Cure (ascoltare la title track), così come sono evidenti echi post rock (i sette minuti di Tracks chiamano in causa i Mogway) o cifre sonore molto vicine allo shoegaze (Floating). Il tutto per tre quarti d'ora di musica non d'immediata assimilazione, ma capace di suscitare nell'ascoltatore più malinconico innumerevoli suggestioni.

VOTO: 7,5




 Blackswan, giovedì 25/08/2016

mercoledì 24 agosto 2016

THE LAZY SUNS - BAR HOTEL MUSIC



Si chiamano The Lazy Suns, arrivano da Albany (New York) e sono Marc Clayton (chitarra e voce), Ed Jahn (chitarra e voce), Rick Morse (pedal steel, slide guitar e dobro), Nick Parslow (batteria) e Jeff Sohn (basso). Hanno pubblicato solo quest'estate il loro disco d'esordio, Bar Motel Music, nonostante siano in circolazione dal 2010, anno in cui si sono incontranti, dopo aver militato in altre band. Ed Jahn, infatti, aveva un gruppo che portava il suo nome, Marc Clayton e Rick  Morse erano membri dei Tern Rounders, mentre Nick Morse suonava nei Sidewinters. Dopo la consueta gavetta in giro per gli Stati Uniti, hanno pubblicato nel 2012 un primo Ep, che ha permesso loro di ottenere una discreta visibilità. Tanto che, qualche tempo dopo, una loro canzone, Trouble Sea, è stata inserita nella colonna sonora di Deadlist Catch, fortunato reality di Discovery Channel, mentre recentemente un altro loro brano è comparso nella serie televisiva trasmessa su il National Geographic Channel e intitolata The Yard. Tanti piccoli passi che hanno permesso alla band di avere l'esperienza giusta per misurarsi sul terreno impegnativo del full lenght. Bar Hotel Music è il loro primo disco in assoluto, e nonostante ciò si ascolta una band già rodatissima, molto brava a declinare un alt country (fortemente screziato di rock) basato su un riuscito interplay fra strumenti acustici ed elettrici. Quattordici canzoni in scaletta, in cui prevalgono le ballate, ma che conoscono anche momenti decisamente più energici (All The Burritos You Can Eat). Il suono è apertamente derivativo e si colgono, spesso e volentieri, riferimenti a tanti grandi della musica a stelle e strisce: Rosemary, ad esempio, è figlia del jingle jangle dei Byrds, Little Star è Jayhawks al 100%, e qui e là si sentono echi da Tom Petty, Flying Burrito Brothers, Son Volt e Jason Isbell. Il disco si ascolta con piacere e regge bene per tutti i cinquanta minuti e passa di durata. Manca tuttavia il guizzo, l'intuizione, l'idea che fanno la differenza e che potrebbero permettere alla band di uscire dagli steccati di un suono, senz'altro efficace, ma fin troppo convenzionale.

VOTO: 6,5





Blackswan, mercoledì 24/08/2016

lunedì 22 agosto 2016

MICHAEL KIWANUKA - LOVE & HATE



Sono passati più di quattro anni da quando, nel marzo del 2012, Michael Kiwanuka, londinese di origini ugandesi, pubblicò Home Agian, il suo album d'esordio. Un tempo considerevole, se si pensa alla frenesia con cui, al mondo d'oggi, anche in ambito musicale, si battono le tappe; ma senz'altro, un tempo speso bene, durante il quale Kiwanuka ha nascosto nel cassetto il successo dell'esordio, ha metabolizzato i fiumi di inchiostro spesi (sempre molto bene) sul suo conto, si è rimboccato le maniche e ha lavorato sodo. Soprattutto, si è sgravato delle grandi aspettative che si erano create sul suo conto e ha limato la sua musica, in modo che gli scomodi paragoni che avevano animato le positive critiche a Home Again (Bill Whiters, Terry Callier, Van Morrison), fossero sempre meno evidenti, sempre meno eclatanti. Il risultato è questo ottimo Love & Hate, disco con cui Kiwanuka ha trovato uno stile tutto suo, elaborando una propria moderna idea di soul. Chiamatelo pure avant soul, o new soul, o come diavolo volete: di sicuro Michael ha definito suono personale e rilasciato un grande disco, uno dei migliori ascoltati quest'anno. Lo zampino lo ha messo anche Danger Mouse, che ha tirato fuori un lavoro di produzione eccelso, assecondando le idee di Kiwanuka e convogliando l'ipercretività del londinese nell'alveo di arrangiamenti funzionali ed elegantissimi. Un lavoro prezioso, che si ascolta a ogni passaggio del disco e che ha trasformato ottime canzoni in qualcosa di più. Un lavoro ancora più degno di nota, poi, se si tiene conto del minutaggio straordinariamente lungo dei brani in scaletta, quasi tutti sopra i quattro minuti, alcuni oltre i sette, uno, addirittura, di dieci. E' questo il caso di Cold Little Heart, che apre il disco. Ecco, mettere una suite in apertura di un album e non essere più negli anni '70, denota non solo coraggio e menefreghismo verso le stolide regole del mercato, ma soprattutto idee chiarissime. Il risultato è, infatti, sorprendente: dieci minuti che evaporano con lentezza, tra cori e arrangiamenti d'archi, verso un cielo punteggiato da stelle di puro lirismo e attraversato da leggerissime nuvole di malinconia. E' questa la nuova filosofia di Kiwanuka, che mantiene un sottile legame con il passato, ma crea qualcosa di unico e coeso, un gioiello di visione e modernità. In Love & Hate, infatti, le grandi canzoni si sprecano e anche quando i brani si dilatano oltre il minutaggio standard, il tempo diviene realmente relativo, mai affiora lo sconcerto della noia e l'unica cosa che si vuole è ascoltare musica. Questa musica. Succede nei sette minuti di Father's Child, straordinario mid tempo che vive di addizioni e si stratifica passo per passo, trasformandosi da soliloquio a corale, e nell'altrettanto lunga title track, la cui melodia contagiosa è costruita con cori in loop, ritmica secca, archi che ci avviluppano di malinconia e un assolo di chitarra in acido, improvviso e spiazzante. E dovremmo, forse, spendere parole anche per le altre canzoni in scaletta, tutte attraversate da fremiti malinconici mai invasivi e da ganci melodici che si vestono sempre con intelligenza, nonostante siano straordinariamente catchy (il crescendo gospel di Black Man In A White World). Kiwanuka, dunque, ha gestito il successo con intelligenza, non si è fatto irretire dalle effimere sirene della notorietà e ha percorso la sua lunga strada, la strada della musica che voleva. Ci ha messo tempo, ha lasciato che il suo nome venisse risucchiato quasi ai limiti dell'oblio e, quindi, ci ha regalato Love & Hate. Se per Home Again, possiamo parlare di un disco interessante, ispirato, deliziosamente retrò e splendidamente suonato, per questo seguito è inutile spendere troppi aggettivi. Ne basta uno solo: grande.

VOTO: 9





Blackswan, lunedì 22/08/2016

domenica 21 agosto 2016

TRE CANZONI




Vi proponiamo tre canzoni di tre diversi artisti, di cui in Italia, con molta probabilità, non sentirete mai parlare.

La prima porta la firma di Ruby The Rabbitfoot, artista proveniente da Athens, Georgia, giunta al suo terzo album in studio, dal titolo Divorce Party. Beach Flowers, primo singolo tratto dal disco, è una canzone pop venata di umori gotici. L’andamento malinconico del brano potrebbe far pensare a Lana Del Rey, ma la teatralità delle movenze di Ruby e un retrogusto anni ’80 obbligano un accostamento alla grande Kate Bush.






Il secondo pezzo è Race To The Bottom di Dan Mangan, trentatreenne artista canadese, originario di Vancouver, che ha già quattro album e quattro Eps all’attivo, e ha vinto per due volte il Juno Award (il corrispondente canadese dei Grammy Awards). Laureato in letteratura inglese alla University Of British Columbia, Mandan si divide fra l’attività di musicista e quella di giornalista, visto che scrive per l’Huffington Post Canada e cura la pagina del Guardian dedicata all’arte. Race To The Bottom è tratta dal suo ultimo Ep, intitolato Unmake, e a detta dello stesso musicista è una canzone che parla di nostalgia, un up tempo che segue il passo di corsa del protagonista del video e che si gonfia di umori malinconici.




L’ultima canzone porta la firma di Chris Staples, artista originario di Pensacola (Florida), già leader della band indie rock dei Twothirtyeight e giunto oggi al suo sesto disco solista, dal titolo Golden Age. Il concept del video è dedicato al periodo del Rinascimento (da cui il titolo dell’album), mentre la canzone è un orecchiabile e gustoso indie pop che, se fosse un po’ più caracollante, starebbe bene in un disco dei Wilco. 





Blackswan, domenica 21/08/2016