lunedì 21 agosto 2017

CHIUSURA ESTIVA


Il Killer si riposa un pò. Resteremo chiusi da oggi fino al 28 di agosto. A tutti auguriamo una buon proseguimento dell'estate.





Blackswan, lunedì 20/08/2017

domenica 20 agosto 2017

ROBYN LUDWICK – THIS TALL TO RIDE (Late Show Records, 2017)



Inutile girarci intorno: Robyn Ludwick è dannatamente brava, una di quelle musiciste che ascoltata una volta, poi si fa fatica a dimenticare. E viene da domandarsi come sia possibile che una del suo talento non riesca a imporsi a livello internazionale con la visibilità che meriterebbe. Seguita in patria (Texas), dove è apprezzata dalla stampa specializzata e ha portato a casa una manciata di premi, Robyn è arrivata al suo quinto disco in studio. Esordio nel 2005 con For So Long e, quindi, un secondo album nel 2008 (Too Much Desire) con cui si è imposta all’attenzione dei media e si è guadagnata gli elogi dell’autorevole magazine No Depression. Poi, nel 2011, la svolta con Out Of These Blues, gioiellino di Texas songwriting, con cui ha definitivamente sfondato nei circuiti nazionali. Il successivo Little Rain (2014) non ha fatto altro che confermare gli altissimi standard qualitativi a cui ci aveva abituato nei capitoli precedenti. Cessata la collaborazione con Gurf Morlix, che aveva prodotto gli ultimi due dischi citati, la Ludwick (sorella di Bruce e Charlie Robison, due dei più influenti musicisti della scena texana), si è affidata per la produzione al marito e musicista John Ludwick (già comparso nei precedenti lavori come bassista), e si è valsa del contributo di Rick Richard alla batteria, del polistrumentista Bukka Allen, e del grande David Grissom (già con Storyville, Mellencamp, Joe Ely) alla chitarra. Piccole cambiamenti che non spostano di un millimetro il risultato finale, visto che This Tall To Ride è l’ennesima conferma che ci troviamo di fronte a un artista coi fiocchi e a una scrittura senza cedimenti. Dieci brani di ballate elettro- acustiche di americana in salsa texana, appena ricoperte da un velo di polverosa malinconia, che scorrono fluide, morbide e omogenee. Protagoniste assolute le chitarre (elettrica, acustica, lap steel) e la voce di Robyn, che sussurra intimismo o arriva potente al cuore, raccontando storie di vite segnate dal lavoro e dalla solitudine della routine e di amori consacrati al fallimento. Non c’è un solo momento che non valga la pena ricordare, ma a voler proprio indicare gli high lights, mi soffermerei sull’iniziale Love You For It, teso mid tempo che ricorda vagamente alcune cose di Stevie Nicks, la struggente e notturna Freight Train, centrata sul perfetto equilibrio fra chitarra acustica ed elettrica, e Bars Ain’t Closin’, in cui la Robyn duetta magnificamente col marito John, su una morbida melodia cesellata dal suono suadente di una pedal steel. Come per i precedenti lavori, anche per This Tall To Ride potrete spendere paragoni con Lucinda Williams, Tift Merritt, Sheryl Crow o Rosanne Cash, ma l’esercizio, alla lunga, sarebbe stucchevole e fuorviante. Robyn Ludwick possiede, infatti, un timbro di voce e uno stile unico, tanto da farci dire che in Texas, di brave come lei, ce ne sono davvero poche. Chapeau!

VOTO: 7,5





Blackswan, domenica 20/08/2017

venerdì 18 agosto 2017

KENNY WAYNE SHEPHERD BAND– LAY IT ON DOWN (Provogue, 2017)



Il marchio KWS è da anni garanzia di qualità. Lo sanno bene tutti gli appassionati di rock blues, che in questo quarantenne originario di Shreveport (Lousiana) hanno trovato uno dei chitarristi migliori della sua generazione (quella di cui fanno parte anche Joe Bonamassa e John Mayer, per intenderci). Una carriera iniziata nel lontano 1995, quando appena diciottenne diede alle stampe Ledbetter Heights e consacrata definitivamente nel 2010 con un superbo disco dal vivo (Live!In Chicago) che gli valse una nomination ai Grammy e una discreta visibilità anche fuori dai circuiti squisitamente blues. Circuiti che, peraltro, hanno sempre certificato la bravura del biondo chitarrista, spingendo quasi tutti i suoi dischi nelle prime piazze delle classifiche di genere. Lay It On Down esce a distanza di tre anni dal celebrato (e bellissimo) Goin’ Home, disco nato dal desiderio di omaggiare i grandi del blues, quegli eroi, cioè, di un tempo antico, le cui canzoni, oltre che patrimonio del popolo americano, hanno contribuito alla formazione musicale del chitarrista di Shreveport (in scaletta c’erano canzoni di Muddy Waters, Albert King, Freddie King, B.B. King, Willie Dixon, Stevie Ray Vaughn, Bo Diddley). Il nuovo album, invece, risulta molto meno radicato: è sempre il blues a farla da padrona, ma Shepherd evita l’esposizione in purezza imboccando strade diverse, che portano al rock, al suono radiofonico e al country. Ad accompagnarlo nell’avventura, oltre alla sezione ritmica dei The Rides (supergruppo di cui Kenny fa parte insieme a Stephen Stills e Barry Goldberg) con Chris Layton alla batteria e Kevin McCormick al basso, ci sono anche Jimmy McGorman alle tastiere e i sodali di sempre, il cantante Noah Hunt e il produttore Marshall Altman. Il disco inizia con un Baby Got Gone, potente rock blues dalla confezione mainstream, nobilitato da uno straordinario assolo di Kenny. Un buon pezzo, anche se niente di memorabile. Molto meglio la funkeggiante Diamonds & Gold, illuminata da un rotondo arrangiamento di fiati. Nothing But The Night insegue nuovamente la strada del passaggio radiofonico: non dispiace ma risulta sostanzialmente innocua. La title track è una ballata di americana che segna il passaggio di Kenny all’acustica e scivola via piacevole, ma senza grandi sussulti. Il disco inizia a decollare con lo shuffle di She’s SSS, brano che rientra nelle corde del miglior Shepherd e con il country gospel di Hard Lessons Learned, canzone fluida e malinconica che riporta il livello di scrittura ai consueti standard. Il botto arriva con Down For Love, tiratissimo swing texano che gira dalle parti di Stevie Ray Vaughan e che ci regala il meglio della chitarra di Kenny, finalmente sbrigliata in un assolo infuocato. Ottime anche How Long Can You, r’n’b ad alto contenuto energetico, e Lousiana Rain, acustica e struggente. Chiudono Ride Of Your Life, gagliardo hard rock blues tagliato con l’accetta e la versione acustica della title track, che non aggiunge niente a un disco buono, ma non eccellente. Insomma, quando Shepherd fa il suo e declina il blues in tutti gli accenti conosciuti, sfodera grandi dischi; quando, invece, butta un occhio alle classifiche, lecca il suono e cerca la strada del mainstream, finisce per tarpare le ali al suo immenso talento. In Lay It On Down ci sono entrambe le facce della medaglia: il che ci spinge a concedere un’abbondante sufficienza ma non a spendere quegli elogi che in altre occasioni (Live! In Chicago, Goin’ Home, How I Go) non avevamo lesinato.

VOTO: 6,5





Blackswan, venerdì 18/08/2017

giovedì 17 agosto 2017

WHISKEY SHIVERS – SOME PART OF SOMETHING (Clean Bill Music, 2017)



Bobby Fitzgerald (voce e violino), Andrew VanVoorhees (basso e cori), James Gwyn (washboards), Jeff “Horti” Hortillosa (voce e chitarra) e James Bookert (banjo): questi cinque simpatici cialtroni altro non sono che i Whiskey Shivers, una delle proposte più interessanti (ed estreme) in ambito roots music. Loro arrivano da Austin (Texas) e sono insieme dal 2009, data dalla quale hanno iniziato a masticare la loro versione politically incorrect del genere bluegrass. Hanno già all’attivo un paio di album (Rampa Head del 2012 e l’omonimo Whiskey Shivers del 2014), che hanno fatto molto parlare la stampa specializzata, perché questa band, non ci vuole molto a capirlo, è composta da gente completamente fuori di testa. Tanto che la critica per cercare di inquadrare la loro proposta ha coniato il termine di trashgrass. Un nome, un programma. Una breve occhiata al loro sito e un rapido ascolto di questo ultimo, divertentissimo, Some Part Of Something chiarirà velocemente le idee: i Whiskey Shivers sono sboccati (nella loro pagina vi salutano con un bella foto di culi al vento), provocatori (tra il merchandising troverete la maglietta per donne incinta “whiskey fucking shivers”), sboccati (in scaletta un brano, niente male peraltro, intitolato Fuck You, che suggerisce testi un filo sopra le righe), irriverenti (la loro cover di Friday I’m In Love dei Cure è uno sberleffo ai canoni tradizionali del pop) e beffardi (il video del singolo Cluck Ol’En sfotte il genere horror e ha un finale spassosissimo). Di texano, a parte la provenienza, i Whiskey Shivers non hanno proprio nulla: Some Part Of Something fonde il classico suono degli Appalachi e la cultura musicale dell’America più rurale con un’urticante attitudine punk e una travolgente energia da rock’n’roll band. Tanto per capirci, brani come No Pity In The Rose City, Reckless, la citata Friday I’m In Love o Angelina Baker sembrano suonati da degli Avett Brothers strafatti di anfetamine. A prescindere, tuttavia, dal dato meramente goliardico, quel che conta, alla fine, è che i Whiskey Shivers sono musicisti tecnicamente sopraffini, che si approcciano con filologico rispetto al suono bluegrass (usano anche la washboard) e che suonano a una velocità supersonica senza mangiarsi una nota. Perfetti per una serata all’ultima pinta.

VOTO: 7





Blackswan, giovedì 17/08/2017