domenica 25 giugno 2017

SUNDAY MORNING MUSIC





The Dream Syndicate – Tell Me When It’s Over
I californiani Dream Syndicate hanno rappresentato l’aspetto più duro ed aggressivo del Paisley Underground, figli dei Velvet Underground quanto della Psichedelia dei sixties seppero crearsi un’identità ben definita grazie ad un sound magnetico, accattivante ed innovativo con i fraseggi chitarristici tra Steve Wynn e Karl Precoda in grande evidenza. Tell Me When It’s Over apre il loro album d’esordio The Days Of Wine And Roses, uno dei capolavori del Rock americano degli anni ’80. A settembre, a distanza di quasi tre decenni dal loro ultimo lavoro in studio Ghost Stories, è prevista l’uscita del nuovo, attesissimo, disco How Did I Find Myself Here?




Meat Puppets - Plateau
I Nirvana, oltre ad aver fatto diventare il Post/Hardcore un fenomeno di massa, hanno avuto il merito di portare al successo planetario canzoni che altrimenti sarebbero rimaste patrimonio dei pochi aficionados. Leggendarie le liti con la produzione quando si dovette decidere la scaletta di Unplugged in New York con Cobain determinato a non eseguire i suoi pezzi più popolari e ad inserire ben sei cover, tre delle quali appartenenti al repertorio dei Meat Puppets. Ulteriore tributo alla band dell’Arizona la presenza nello storico live-act di Curt Kirkwood al basso. I brani, tutti appartenenti a Meat Puppets II del 1984, passarono da gemme oscure a patrimonio condiviso da milioni di fan nel breve volgere di una nottata. Da allora Plateau è considerata, a buon diritto, una delle più belle canzoni dei Nirvana. Ogni tanto però vale la pena riascoltare anche la versione originale.  




Beat Happening – Indian Summer
Tra i precursori dell’Indie/Rock americano che hanno concorso in maniera determinante alla sua diffusione Calvin Johnson ha ricoperto ruoli da protagonista su più fronti: sul versante produttivo la sua K Records ha favorito la diffusione di decine artisti e band (Built To Spill, Beck, Make-up, Modest Mouse), mentre su quello musicale basterà citare i seminali Beat Happening. Indian Summer tratta da Jamboree del 1988 è il loro manifesto sonoro. In sala regia personaggi del calibro di Steve Fink e Mark Lanegan.





Porter Stout, domenica 25/07/2017

sabato 24 giugno 2017

JESSI COLTER – THE PSALMS (Legacy Recordings, 2017)



Nonostante una discreta discografia alle spalle (risalente soprattutto agli anni ’70), un singolo leggendario (il pluripremiato I’m Not Lisa del 1975) e un paio di Grammy in bacheca, Jessi Colter viene ricordata soprattutto per essere stata la compagna di vita, prima di Duane Eddy, e poi di Waylong Jennings (per la cronaca è anche la mamma di Shooter Jennings). Una vita vissuta di luce riflessa e ingiustamente sotto traccia, dunque, nonostante Jesse abbia sfornato dischi di ottimo livello qualitativo, come Out Of The Ashes, ad esempio, ultima sua prova in studio risalente al 2006 e ben recensita dalla critica dell’epoca. A quasi settantacinque anni, la Colter ritorna sulle scene con The Psalms, una sorta di concept album, in cui la cantante di Phoenix prende ispirazione dal libro dei salmi, musicandone alcuni. A produrre, addirittura Lenny Kaye, fidato braccio destro di Patti Smith. Un progetto voluto fortemente dal chitarrista e partorito nel lontano 1995, quando Kaye, mentre si trovava a Nashville per collaborare con Waylong Jennings alla stesura dell’autobiografia di quest’ultimo, ascoltò la Colter al pianoforte, rimanendone impressionato. Dopo ventidue anni, quel barlume di idea è stato finalmente realizzato, e Kaye, oltre al proprio contributo sia come musicista (chitarra, basso e pedal steel) che come compositore e produttore, ha portato in studio niente meno che Al Kooper, che ha contribuito in modo fattivo alla realizzazione dell’album in veste di polistrumentista. The Psalms è un disco non facilmente etichettabile, ricco di digressioni strumentali, che attingono solo in parte dal country e dal gospel. Ostico, ma ovviamente non agnostico, questo nuovo lavoro della Colter trasuda spiritualità, è suonato meravigliosamente bene e cantato con il trasporto dovuto alla materia trattata. Tuttavia, l’opera paga pegno a un’eccessiva lunghezza e a un mood troppo meditativo per farsi apprezzare da tutti i palati, finendo, qui e là, per trasformare l’iniziale interesse in sbadiglio di noia. 

VOTO: 6,5





Blackswan, sabato 24/06/2017

venerdì 23 giugno 2017

DION LUNADON – DION LUNADON (Agitated, 2017)



Quando nel 2001, la leggendaria etichetta discografica Flying Nun diede alle stampe 6twenty, primo 33 giri dei D4, il cantante/chitarrista Dion Lunadon (all’epoca accreditato Palmer, il suo vero cognome) era già un personaggio di punta della scena underground neozelandese grazie alle collaborazioni con importanti band come Rainy Days e Scavengers e all’esordio in proprio con i Nothing At All! avvenuto nel 1995. I D4 pertanto non dovettero faticare più di tanto per catturare l’attenzione della critica e degli appassionati di Garage/Punk venendo presto accomunati alle next big things più chiacchierate di quell’annata Strokes e Black Rebel Motorcycle Club, e quindi cooptati in tour dagli scandinavi Hives all’apice della loro popolarità. Nonostante questi inizi più che promettenti, i D4 non riusciranno comunque ad uscire da un sostanziale anonimato, soprattutto commerciale, e nel 2006, dopo la pubblicazione di un secondo album, Out Of My Head (bello quanto il primo, se non di più), la band giunse al capolinea per entrare a buon diritto nel novero delle cult-band degli anni zero. Da allora per Lunadon, trasferitosi nel frattempo negli States, un nuovo tentativo con i True Lovers (True Lovers, 2009) e, infine, l’anno successivo l’ingresso nel nucleo fondativo dei newyorkesi A Place To Bury Strangers con i quali collabora tutt’ora ricoprendo il ruolo di bassista. Questa, in breve, la storia del talentuoso ed instancabile musicista di Auckland, una storia comune a tantissimi altri eroi minori del Rock fatta di cocciutaggine, coerenza stilistica, voglia inesausta di stare on stage, estratto conto sempre tendente al rosso così come la lancetta del volume dell’ampli ogni volta che ci regala il suo devastante Punk’n’Roll. 




Così questo ultimo e omonimo full lenght, così gli undici pezzi che ne compongono l’entusiasmante scaletta: un’esauriente compendio sonoro dei suoi primi vent’anni di carriera a cui danno man forte Robin Gonzalez degli APTBS, Blaze Bateh dei Bambara e il produttore Chris Woodhouse (Ty Segall, Thee Oh Sees). C’è di tutto qui dentro, un patchwork di influenze da perdere la testa, Post/Hardcore, Noise, Psichedelia e naturalmente tonnellate di Garage/Punk. Lunadon cita se stesso e facendolo chiama a raccolta i suoi eroi musicali ai quali, c’è da scommetterci, non verrà mai meno: Iggy, Rob Younger e Arthur Brown (la pazzesca versione di Fire), i Black Flag e i Sonics. Insurance, Rent and Taxes, Reduction Agent, Move, Ripper, il singolo Howl, assalti sonori, senza se e senza ma, in cui l’ultima delle preoccupazioni è quella di farsi distrarre dalle sirene del mainstream, non c’è nulla di amichevole in Dion Lunadon per chi ha stabilito che il Rock ha esaurito la sua carica propulsiva e disturbante qualche decennio fa. Ogni volta che partono i riff arroventati, il fervore da punker di razza, le improvvise accelerazioni contrappuntate da una inusitata ferocia vocale, si esulta ripensando ai tanti momenti della storia del Rock durante i quali questo era il minimo sindacale. Esisteva un pubblico, maggioritario e distratto, a cui bastava il Pop e la Dance mentre, dall’altra parte dello steccato, c’era chi annusava i vinili dei Fugazi o degli Hüsker Dü centellinandone i sentori neanche fossero i vini più pregiati dell’enoteca di Veronelli. Se vi riconoscete tra questi ultimi, tra coloro che ogni tanto una mano di vernice a quello steccato la date ancora, cercate questo trascinante, rumorosissimo, imperdibile disco di Dion Lunadon, unica controindicazione il crampo all’indice che vi verrà a furia di schiacciare il tasto repeat. 

VOTO: 8





Porter Stout, venerdì 23/06/2017